domenica 27 gennaio 2013

Contro la crisi del mercato globale, il "bottino" dell'Arte Contemporanea

Perché il Mercato dell'Arte non conosce crisi? Certamente perché il divario sociale aumenta a dismisura e senza guardarsi indietro. Le Crisi, a maggior ragione quelle mondiali, storicamente servono a ricordare a chi sbadatamente l'abbia dimenticato, che le classi sociali esistono, e sono quelle più alte a reclamare il diritto al potere. Ma "moneta" a parte, l'Arte vende idee e da qui la domanda .... quando queste idee divengono "lusso"?

Quando l'idea riesce nello straordinario e balordo compito di trasmette ciò che non è esprimibile.

Come in una poesia che da senso al non senso, come quando la letteratura dona parole a ciò che prima non poteva esser detto, così il capolavoro rende visibile il non visibile

...ecco che forma hanno alcune di queste idee:

1     Edvard Munch, The Scream, $119.9 milioni Sotheby's (dip nel 1985)



2     Mark Rothko, Orange, Red, Yellow, $ 86.9 milioni, Christie's (dip nel 1961)



3     Mark Rothko, No 1 (Royale Red end Blue), 75.1 milioni, Sotheby's (dip nel 1954)



4     Raffaello testa di Giovane Apostolo, 47.8 milioni, Sotheby's (dip nel 1519)



5     Roy Lichtenstein, Sleepeng Girl, 44.8 milioni, Sotheby's (dip nel 1964)



6     Claude Monet, Water Lilies, 43.8 milioni, Christie's (dip nel 1905)



7     Andy Warhol, Statue of  Liberty, 43.7 milioni, Christie's (dip nel 1963)



8     Picasso, Natura morta con Tulipani, 41.5 milioni, Sotheby's (dip nel 1932)



9     Jackson Pollok, Numero 4, 40.4 milioni, Sotheby's (dip nel 1951)



10  Franz Kline, senza titolo, 40.4 milioni, Sotheby's (dip nel 1957)



...di seguito il Link dei prossimi 25 lotti.

Grazie alla ricerca di Martina Gambillara di "Artribune" per il lotti in elenco.

http://www.artribune.com/2012/12/top-lot-2012-ecco-i-25-lotti-che-sono-andati-meglio-tra-christies-e-sothebys-nellanno-che-sta-finendo-crisi-macche-il-consuntivo-fa-44-in-asta/

lunedì 21 gennaio 2013

Promemoria THE ITALIAN BOOKCLUB



THE ITALIAN BOOKCLUB promuove in ambito letterario la Cultura del '900, fornendo delle solide basi storiche sulle quali costruire un nuovo slancio creativo. Il suo scopo principale è quello di alimentare le dimenticate "realtà particolari". Si tratta di "attori culturali". Scrittori, letterati, poeti, romanzieri, saggisti, isolati dal nichilismo generale, escono dall'anonimato per trovare una condivisione d'intenti. Il BOOKCLUB italiano incoraggia tutti colori che ne avessero il bisogno ad attivarsi all'interno della società e lo fa mediante il mezzo di comunicazione tecnologico, in accordo con la rivoluzione digitale del secolo che stiamo vivendo.

Cosa fa?
Una piattaforma digitale che si muove su una linea immaginaria Roma-Londra, per poi aprirsi a ventaglio lungo tutte le direttrici del mercato globale. L'iter che si propone di seguire compie un ciclo completo:

-presentazione di un testo (in formato eBook o cartaceo);

-pubblicità incrociata tra amici della Rete, Blog ospitati, Siti Internet e Link collegati (oppure attraverso conferenze in sede o presso le strutture d'accoglienza)

-distribuzione nel mercato editoriale (ancora sia esso cartaceo che in Rete).

La prima scommessa che FortissimamenteArte condivide senza riserve è quella digitale. Produrre cultura per mezzo della Rete, allargando il "prodotto" ad una visibilità globale, ricettiva e competente.

La collaborazione che sta nascendo tra FortissimamenteArte e The Italian Bookclub da vita a nuovi progetti. Tra questi la pubblicazione di un compendio nella sezione arte che attinge direttamente alle riflessioni presenti in questo Blog.

Ecco ciò che sta accadendo...Dopo la consapevolezza del mezzo (digitale), ora si scommette sulla sua capacità di attingere al substrato dei rapporti umani

per saperne di più: http://www.theitalianbookclub.com/


sabato 19 gennaio 2013

Jasper Johns: critica all' Espresionismo Astratto


Nel 1958 Jasper Johns con un emplein di vendite presso la Galleria Leo Castelli di NY, riuscì in un'impresa  senza precedenti e a soli 27 anni. L'arte alla fine degli anni '50 vede l' avvicinarsi di pittura e scultura in un sol risultato. Così Bersaglio con 4 faccie e Bandiera entrambi datati 1955, promuovono un'opera d'arte che da immagine diviene pian piano oggetto, anticipando la poetica di Rauschemberg del "prelievo", in cui l'oggetto  diviene parte integrante dell'opera. 

Proprio per questa poetica dell'oggetto, entrambi rappresentano i maggiori interpreti dell arte New Dada.





In Periscopio, tela del cambiamento degli anni '60, Jasper Johns invece anticipa l'Arte Concettuale di Sol LeWitt, scrivendo il nome di un colore su uno sfondo assolutamente diverso dal colore di riferimento suggerito dalle parole. Opta così per un disorientamento dell'osservatore e lo invita di nuovo a ragionare di fronte ad un' opera, contrapponendosi con forza all'Espressionismo Astratto che invece pretendeva una fruizione esclusivamente emotiva.




mercoledì 9 gennaio 2013

Hans Haacke e Hermann Josef Abs...risposta al Rebus


Nel 1974 in occasione del 150esimo anniversario del museo Wallraf-Richartz di Colonia, Hans Haacke viene invitato ad esporre insieme ad altri artisti.
Haacke, come primo esponente di quella che verrà chiamata la corrente di “critica istituzionale” degli anni '70, decide di affrontare non semplicemente la storia dell'opera pittorica di Eduard Manet Mazzo di Asparagi, 1880, ma la storia delle sue proprietà.
L'opera mostrava dei cartelli su cui vi era impressa l'immagine e la storia di ogni singolo proprietario, dal suo primo al suo ultimo.
Così si scopre solo nel cartello finale che il dipinto venne donato al Museo intorno al 1968 da un personaggio le cui credenziali potevano non ottenere il plauso di tutti. Un certo Hermann Josef Abs, compare come banchiere di Hitler e fervido sostenitore del progetto nazista.
Membro del CDA della Deutsche Bank fino al 1945, venne reintegrato dopo la Guerra dal governo Adenauer come Presidente del colosso bancario tedesco fino a tutti gli anni sessanta.

L'opera non ottenne il favore dalle istituzioni del Museo, legate neanche a dirlo all'influenza del suo presidente, H.J.Abs appunto.

Così Daniel Buren, altro artista legato per disavventure al nostro Haacke, propone al suo amico di esporre l' opera all'interno della propria, già passata al vaglio istituzionale, certo che nessuno avrebbe potuto far nulla contro quella decisione.

Risultato: entrambi vennero esclusi dalla mostra, riuscendo ad esporre il solo giorno dell'inaugurazione.


martedì 8 gennaio 2013

Hans Haacke in Projeckt '74: risolvi il Rebus...


Non è politica ma Storia dell'Arte
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Produttore: Hans Haacke
Attore Protagonista: Hermann Josef Abs
Sceneggiatura: Mazzo di Asparagi (1880), Manet

domenica 6 gennaio 2013

le "manutenzioni" di Gordon Matta-Clark

Prendete i "Tagli" di Fontana.
Aggiungete i "prelievi" di Rouschemberg.
Immergetevi in uno spazio urbano o suburbano....risultato? Gordon Matta-Clark.

Matta-Clarck taglia sezioni di edifici abbandonati, promuovendo un'opera che lo avvicina alla teoria entropica del suo collega ed esponente della Land Art anni '60 di Robert Smithson.




Entropia per Smithson è "disorganizzazione" dello spazio.

Per Gordon è una "dearchitetturizzazione" delle degli edifici in esso contenuti.


sabato 5 gennaio 2013

Andy Warhol: “Stavo dipingendo anche Marilyn. Ho realizzato che quello che stavo facendo doveva essere la morte.”



La Marilyn di Warhol è certamente l'immagine di una star indiscussa, ma è ancor più una scusante per afferrare la morte. Nella serialità Warhol pone l'attenzione su di essa e non la lascia scappare.
Quando osservi all'infinito un'immagine terrificante, non ha più alcun effetto”. Allora per non anestetizzare lo sguardo ne il sentimento che scaturisce dalla morte o da un incidente stradale egli compie la serialità come mezzo per aderire al reale; anche se l'effetto sia risultato di una ossessione malinconica dell'oggetto perduto, poco importa perchè è proprio questo lo stato d'animo che le sue immagini dovrebbero provocare....uno stato allucinatorio, perchè la morte è allucinatoria. Abituarci ad essa è una cosa incredibile ma avviene tutti i giorni, nei giornali e nei media.
E il concetto di massa? Tutto è massa, gli oggetti, le star, gli incidenti stradali, la morte, tutto riguarda la massa. Warhol insegna alla massa e forse ne subisce anche le conseguenze fagocitando la sua anima in quella del suo personaggio pubblico.

mercoledì 26 dicembre 2012

Ragazza Afgana di Steve Mccurry


Sharbat Gula è il nome della "ragazza afgana" nello scatto di Steve Mccurry.

Soggetto, prospettiva, sfondo, colore, tutte le strutture fondamentali della composizione si legano armoniosamente rompendo confini e superficie. Occhi che rapiscono.

Dopo alcuni anni il Mccurry ritrova la stessa ragazza. 

Quella fotografia che li aveva legati per così tanto tempo si ripropone nel 2002 con un risultato molto diverso. 
La speranza di vivere una vita diventa consapevolezza di averla vissuta.



Mi chiedo se in quel secondo scatto sia visibile l'emozione che il fotografo provò nell'aver ritrovato quella giovane donna.
Mi chiedo se la fortuna di cui quello scatto ha goduto nel mondo dell'Arte Occidentale sia la stessa fortuna di cui abbia mai goduto Lei, che ne era l'artefice (almeno in parte).

Uno sguardo duro che non racconta ne speranza ne fortuna.

Osservando quella "ragazza", gli spettatori tendono quasi ad abbassare lo sguardo; forse un segno di rispetto, forse un disagio provocato dal senso di colpa. Il mondo dell'Arte è in debito con Lei......e lo sa.

martedì 25 dicembre 2012

sui colori di Michelangelo Buonarroti



Sostenete senza riserve  
 chiunque affermi 
 che Michelangelo Buonarroti
 è il vero,
 primo,
 Manierista.
                 



martedì 18 dicembre 2012

Newman...Newman.


Newman...Newman.

La ripetizione invita inevitabilmente a riflettere.
Quando si afferma che per comprendere l'arte bisogna esser preparati si dice una banalità che spesso non viene considerata. Senza una giusta riflessione infatti si affronta l'opera con un bagaglio di preconcetti indiscutibilmente forvianti.
Il pregiudizio senza la conoscenza sottintende un'evidente dato di fatto, che si chiama ignoranza.

Questa premessa sottolinea come di fronte a personalità così profonde come è quella di Barnett Newman, si debba cautamente procedere evitando di farsi soggiogare dalle prime impressioni, come fece chi scrive la prima volta che lo avvicinò.

Non comprendevo cosa volesse intendere Newman con questi enormi muri colorati, divisi da fasce alternate in maniera del tutto arbitraria nel mezzo dello spazio pittorico.
Non conoscevo il suo trascorso lavorativo, quello che lo ha visto abbandonato da tutti coloro che egli promosse nel corso della sua attività artistica, sia con saggi sia con mostre dedicate o tramite numerose interviste a tema.
In poche parole ero completamente disorientato dal suo lavoro che per me rimaneva un'incognita priva di senso.

Rappresentava semplicemente la modernità, tiepidamente intesa come la capacità di ridare bidimensionalità alle immagini; la capacità di mostrare il colore come strumento primario della ricerca pittorica; capacità di esplorare lo spazio in maniera più meticolosa e meno caotica di quella promossa dall'Espressionismo Astratto. Tanto bastava per me nel promuovere Newman come ambasciatore del Minimalismo dei successivi anni '60.

Forte di una preparazione figurativa che credevo sufficiente, tutto ciò che distogliesse l'attenzione dalla forma era incapace di suscitare interesse. L'Astrazione era per me quella di Pollock non quella di Newman. I miei limiti erano evidenti.
La figurazione era un porto sicuro al quale attraccare. Avevo certezza di senso, certezza di forma e d' impianto prospettico. Certezza di rimando storico ed un' iconografia rintracciabile. Certezza di scindere tra ciò che sono io e ciò che rappresenta l'opera.
Io sono il fruitore tu sei l'opera. Io ti osservo e tu sei li per lasciarti scrutare.
Quando invece osservi qualcosa di incompreso, di "astratto" appunto, cominci a chiederti di cosa si tratti ed allora finiscono le certezze; la forma scompare, i limiti vengono meno, ti dimentichi dello spazio circostante poiché senti quasi di esserci finito dentro, tuo malgrado senza le giuste coordinate.
Ammiravo chi riusciva a stare di fronte ai suoi dubbi, alle sue infinite interpretazioni senza tuttavia subirne la grandezza.

Credo di aver voluto fuggire l opera di Newman perchè incapace di affrontarla.

Nell'aprile del 1951 la seconda mostra dell'artista 46enne Barnett Newman fu un fiasco completo, ancor peggiore di quanto non fosse stata la sua prima personale svoltasi sempre a NY l'anno precedente.
I suoi compagni astrattisti lo avevano abbandonato accusandolo di averli traditi.
Ed effettivamente se si vede nelle opere che precedono il 1950 quest'accusa appare del tutto giustificata.
Se nelle prime tele infatti lo spazio che circondava le bande verticali era mosso e impreciso, così da accostarsi alle ricerche di Rothko e compagni, dopo gli anni '50 le stesse tele ospitano delle campiture di colore più attente, assolutamente delimitate nei bordi, prive di qual si voglia
"espressione" istintiva.

Quali allora le domande che suscitano i suoi lavori.

1.Perche Newman rompe con il suo recente passato?
Ciò che egli voleva era determinare anzitutto lo spazio della tela poi quello dell'ambiente circostante. Quando sostiamo difronte ad una campitura imprecisa la prima cosa che salta agli occhi è la banda di colore diverso, la quale immediatamente occupa il primo piano, allontanando lo sfondo sul retro della visuale. Allora Newman colora sia spazio che banda con la medesima modalità di stesura. Se guardiamo ora notiamo che spazio e forma (la banda) sono un tutt'uno con la superficie.

2.Perchè la presenza delle bande?
Anzitutto “zip”. E' così che Newman preferisce considerarle poiché uniscono e non dividono. Quelle zip siamo noi. È la nostra presenza verticale che si rifà alla tradizionale visione verticale propria dell'uomo. E siamo ancora noi che in mezzo allo spazio ci troviamo a viverlo non sapendo di esserne ai limiti o al centro, piuttosto spostati di un terzo al suo interno.

3.Ancora, Perchè quelle dimensioni?
Perchè quelle dimensioni rappresentano non solo lo spazio, ma il campo visivo, ed è per questo che i suoi quadri devono essere visti da distanza ravvicinata, per entrarci dentro e farne parte. Gli unici punti di riferimento sono le zip presenti, che poi siamo noi.
Guardare queste grandi opere da una distanza maggiore vorrebbe dire includere tutta l'opera in una sola unità, cosa che è assolutamente il contrario dell'intento di Newman, che intendeva intromettere non lasciar fuori.

Non c'è più profondità ne secondi piani, semanticamente non vi è più passato, non vi e più storia. Vi è al contrario un'unica dimensione di tempo e di spazio che è la superficie e perciò, il solo presente.
Newman tenta di azzerare la tradizione pittorica per ricominciare da capo. Vuole tornare alle origine. Ricomincia da noi, dalle persone, attraverso lo strumento principale che è la visione, e lo fa attraverso una saturazione dei colori rendendoli estremamente manifesti tanto da suscitare in qualche sconsiderato la necessita forse inconscia di violentarla con tagli selvaggi ed irriverenti.

Questa "reazione" la dice lunga sull' incapacità di essere al cospetto di queste opere.  

venerdì 14 dicembre 2012

Uno sguardo al presente per comprendere il futuro: l' arte dimenticata


Dal disagio odierno nei confronti delle periodizzazioni, che lasciano fuori dal cerchio molte espressioni individuali a causa di un anticonformismo, aggiungerei necessario.
Nasce il problema della Storia dell'arte così come la si intendeva. Il testo va ad inscriversi a pieno titolo come ulteriore passo avanti dopo le questioni sollevate da Belting e Danto su “la fine dell'arte”, non come cessazione della produzione artistica bensì come fine di una progressiva narrazione di uno stile determinato e determinante, sintomo di una norma dittatoriale vigente.
La contemporaneità rompe questo filo conduttore come fece l'artista performer Hervè Fischer nel 1979, al Centre Pompidu di Parigi spezzando una corda molto lunga.

I temi affrontati sono quelli che interessano la fine del secolo scorso e l'inizio di quello che stiamo vivendo: pregiudizio, accettazione, globalizzazione, diaspora, eroine e non più eroi.

martedì 11 dicembre 2012

Il solo pensare che i suoi ultimi tocchi non fossero di pennello bensì di polpastrelli intrisi di sapienza e spregiudicatezza mi sconvolge.
Si può credere alla suggestione di un'azione tanto sconsiderata?
Leonardo da Vinci, ambidestro, nelle sue ultime opere ritrova lo "sfumato" passando le mani sopra la tela; tornava sulle zone che intendeva d'ombra rendendole così cupe, meno nette, opache, sino al punto di farle divenire "fumo".

Incredibile pensare a Leonardo negli stessi termini di Tiziano.
Immaginarlo tanto preso dal proprio lavoro da volerlo toccare..............incredibile!


"[...] sono solo dei vecchi mobili pieni di polvere."


La terza camera è un' istallazione presentata da Flavio Favelli nel 2007 al Centro Commerciale di Cinecittadue in Roma.
Intenzionata a comprenderne il senso, la curatrice Simona Brunetti pone le domande che crede più opportune:

Cosa vuole dire Terza Camera?
Perché la scelta di questa esposizione?

Favelli risponde che la Terza Camera è un ambiente della casa di montagna di famiglia. Una stanza che raccoglieva oggetti e mobili, come fosse una soffitta o un ripostiglio, ma che differentemente dai comuni spazi domestici come questi, era aperta agli ospiti e sempre ordinata.
E' un luogo della memoria che suscita nell'artista il ricordo di un ambiente familiare ed evidentemente tanto suggestivo e sinistro da doverlo riprodurre in un opera.

Lei parte dagli oggetti o dai ricordi che questi oggetti le suggeriscono?

Favelli parte sempre dagli oggetti per poi arrivare ai ricordi e mai viceversa.
Il collezionismo di suppellettili e oggetti vari spiega, è una passione ereditata dal nonno.
Pierluigi Sacco, giornalista di “Flash Arte” lo definirebbe “un trovarobe” instancabile.

Come possono questi oggetti così chiaramente tanto personali aprirsi al mondo dell'arte?
Quale il loro significato intrinseco?

In questi ambienti egli è come se rivivesse, stavolta come parte attiva e non subordinata, la sua infanzia infelice, spesso piena di solitudine in ambienti quasi mistici e pieni di oggetti più o meno preziosi.
Riaffiorano alla memoria i suoi “viaggi d'arte”, che assieme alla madre condivideva per evadere dalla quotidianità.
Per Favelli l'arte già da bambino rappresentava uno strumento di libertà emotiva.
Forse è per questo che gli oggetti di ieri divengono le opere d'arte di oggi.
Non solo tenta di esorcizzare i suoi incubi infantili ma come direbbe Freud ne “il gioco del rocchetto”, tenta di riappropriarsi della sua soggettività smarrita.

Proviamo ad aprire una finestra nella pratica psicoanalitica per tentare di comprendere meglio questo mio rimando...
Durante le sue prime esperienze di medico, Freud analizzando il comportamento di un infante all'interno del suo nucleo familiare, rimase colpito da come il bambino non soffrisse affatto l'abbandono della madre ogni qual volta si allontanava da casa.
Dopo averlo seguito per alcuni giorni, Freud notò un comportamento anomalo e ripetitivo nei confronti di un rocchetto, che il bambino lanciava, emettendo un suono di evidente soddisfazione, per poi riprenderlo e ricominciare l'azione del lancio, da capo.

Così facendo, sostiene Freud, il bambino si liberava della frustrazione inconscia dell'abbandono materno, divenendo parte attiva. Era lui che ora abbandonava la madre/rocchetto, non più viceversa il rocchetto/madre che lo abbandonava.
La diagnosi è una tendenza inconscia che definisce una "coazione a ripetere".

Considerando quindi un punto di vista più personale che non prettamente artistico e iconografico, questo aspetto della ripetitività, della "ri- produzione" della memoria, potrebbe rivelare delle dinamiche affettive interessanti nel modus operandi di Flavio Favelli.

Ri-allestendo quelle sale, egli ripropone quegli stessi spazi della memoria affrontandoli a viso aperto, stavolta come adulto.

mercoledì 28 novembre 2012

NUOVI AMICI...The Italian Bookclub


                                il link per accedere direttamente al sito:

                                   http://www.theitalianbookclub.com/


Grand Verre (1915-1923)


Quando Marcel Duchamp nel 1913 pone una ruota di bicicletta su di uno sgabello, non ha certo la consapevolezza si tratti di un readymade. “L'opera d'arte già fatta” è un concetto che svilupperà qualche anno più tardi, intorno alla fine degli anni '60. Quella, dice con aria di assoluta sufficienza, era semplicemente un occasione per riflettere sul movimento, non c'era nulla di ciò che la critica più tardi gli avrebbe attribuito.
Quindi senza accorgersene, il 25enne Marcel dà vita alla più grande e moderna rivoluzione in campo artistico: l'opera d'arte non riguardava più un illusione, come da sempre aveva fatto, ma oggetti comuni, prelevati e decontestualizzati dalla realtà ed innalzati a ruolo di opere d'arte. Questo il senso della ruota di bicicletta, o forse della ancor più celebre fontana (R. Mutt).
Inizialmente incompreso dai suoi contemporanei, poi punto di riferimento di artisti, critici d'arte e appassionati. Il suo entourage cresceva, le sue conoscenze spaziavano dal Vecchio al Nuovo Continente, assicurandogli sia un legame con la tradizione, sia una spinta riformatrice segno del tempo che cambia.
Ruota di bicicletta è solo una scusante di cui mi sono servito come Storico dell'Arte per introdurre uno spirito bizzarro, uno sperimentatore come lo fu Leonardo ai suoi tempi, se pur con le dovute differenze.
Riflettendo su di una sola opera che possa incorporare sia il legame con il vecchio che quello con il nuovo, che possa cioè conciliare esperienza e scoperta, penso ovviamente al Grande Vetro.
Un vetro di poco meno di 3 m per 2, diviso in due sezioni, na superiore una inferiore che lascia intravedere molto più che una semplice tela figurata.
I suoi lavori precedenti sono serviti certamente come strumento di comprensione, una sorta di elementi guida che lo hanno accompagnato dal 1915 al 1923. Una gestazione molto lunga che ha visto l'artista meditare a lungo attraverso opere e disegni. 
Nella ricerca di una nuova dimensione, i suoi compagni europei optano per una dislocazione spaziale della figura, riducendola ad un puzzle di immagini sovrapposte e concomitanti. Alcuni altri, quelli d'oltreoceano, rivolgono i propri interessi al mondo astratto, alla purezza del mezzo, alla liberazione emotiva.
Duchamp invece, riduce le sue figure ad assemblati metallici, lasciandosi da una parte soggiogare dalle avance dell'astrazione ma interloquendo al contempo con Cubismo e l' innovazione surreal-DADA.
E' il punto di vista che cambia.
Perchè illudere lo spettatore quando questo può realmente interagire con oggetti reali?
Perchè usare una tela ed aumentare il distacco tra opera e spettatore se è possibile usare il vetro come materiale d'unione, in cui il fruitore possa addirittura vedere “oltre” la superficie sentendosi parte integrante del progetto artistico?
Duchamp si allontana progressivamente dal retinico rincorrendo una materialità inattesa, ma spesso evocata a gran voce.






Il punto di partenza: l'Eros, motore del tutto.
Soggetti partecipanti: la Vergine in alto a citare l'Assunzione raffaellesca e i suoi Scapoli o Celibi sottostanti, in trepida attesa.

Il desiderio, tramutatosi in materia, compie i passaggi necessari per arrivare a possedere la Sposa/Vergine.
Molto più che una provocazione, un oltraggio che gli valse sovente l'etichetta di “scandaloso”.

martedì 27 novembre 2012

DUCHAMP: LINGUAGGIO DI UNO SPIRITO BIZZARRO


Nel 1949, durante una tavola rotonda nelle quinte dell'Esposizione al San Francisco Museum of Art, Marcel Duchamp risponde alla domanda, "cosa si aspetta da un critico?":
"Non granchè. Qualunque cosa dica il critico l'opera parla per sè"
........
...allora lasciamo che a parlare siano semplicemente loro.
........
da una parte il grande incompiuto, Le Grand Verre;
dall'altra la sua manifestazione più convincente, Etant Donnès.
Domanda & Risposta

martedì 18 settembre 2012

Komar & Melamid: dall'arte "popolare" all'arte "del" Popolo

Dall'arte Pop al Realismo Socialista.
Komar e Melamid sono due artisti moscoviti della generazione '43-'45. Firmano i propri lavori insieme, anche dovessero derivare dalle idee di uno soltanto. Profondamente colpiti dalla società americana che li ospita ormai dalla fine degli anni settanta, ma senza dimenticare il loro recente passato socialista, mostrano il loro più grande contributo all'arte sociale con un lavoro del 1994-97: un sondaggio da loro stessi commissionato, con la partecipazione di 11 paesi tra cui Stati Uniti, Cina, Kenya, Italia, Portogallo, etc etc.

Chiedono quali quadri siano "i più desiderati" ed al contrario "i meno desiderati".
Questa domanda viene rivolta non solo a persone interne all' entourage artistico, ma a miscredenti, a gente comune, di strada e per sino via Web.
In queste due tele un esempio di quale sia stata la risposta degli Stati Uniti.

Fa riflettere il fatto che quasi tutti i paesi, la stragrande maggioranza in realtà, mostrino delle attitudini estetiche precise circa la pittura di Paesaggio come Painting most wanted; dall'altra parte, una rinuncia totale verso le forme geometriche, etichettando angoli retti e forme razionali come Painting last wanted.
Questa è per loro la vera arte del popolo, l'arte democratica per eccellenza, libera dagli impedimenti  istituzionali.

Qui di seguito il link di tutte le 11 pitture dei Paesi coinvolti nel sondaggio:
http://awp.diaart.org/km/painting.html