Perché il Mercato dell'Arte non conosce crisi? Certamente perché il divario sociale aumenta a dismisura e senza guardarsi indietro. Le Crisi, a maggior ragione quelle mondiali, storicamente servono a ricordare a chi sbadatamente l'abbia dimenticato, che le classi sociali esistono, e sono quelle più alte a reclamare il diritto al potere. Ma "moneta" a parte, l'Arte vende idee e da qui la domanda .... quando queste idee divengono "lusso"?
Quando l'idea riesce nello straordinario e balordo compito di trasmette ciò che non è esprimibile.
Come in una poesia che da senso al non senso, come quando la letteratura dona parole a ciò che prima non poteva esser detto, così il capolavoro rende visibile il non visibile
...ecco che forma hanno alcune di queste idee:
1 Edvard Munch, The Scream, $119.9 milioni Sotheby's (dip nel 1985)
2 Mark Rothko, Orange, Red, Yellow, $ 86.9 milioni, Christie's (dip nel 1961)
3 Mark Rothko, No 1 (Royale Red end Blue), 75.1 milioni, Sotheby's (dip nel 1954)
4 Raffaello testa di Giovane Apostolo, 47.8 milioni, Sotheby's (dip nel 1519)
5 Roy Lichtenstein, Sleepeng Girl, 44.8 milioni, Sotheby's (dip nel 1964)
6 Claude Monet, Water Lilies, 43.8 milioni, Christie's (dip nel 1905)
7 Andy Warhol, Statue of Liberty, 43.7 milioni, Christie's (dip nel 1963)
8 Picasso, Natura morta con Tulipani, 41.5 milioni, Sotheby's (dip nel 1932)
9 Jackson Pollok, Numero 4, 40.4 milioni, Sotheby's (dip nel 1951)
10 Franz Kline, senza titolo, 40.4 milioni, Sotheby's (dip nel 1957)
...di seguito il Link dei prossimi 25 lotti.
Grazie alla ricerca di Martina Gambillara di "Artribune" per il lotti in elenco.
http://www.artribune.com/2012/12/top-lot-2012-ecco-i-25-lotti-che-sono-andati-meglio-tra-christies-e-sothebys-nellanno-che-sta-finendo-crisi-macche-il-consuntivo-fa-44-in-asta/
"[...] o si vive del rapporto con gli altri e l'io si scioglie in una relatività senza fine, ed è la vita, o l'io si assolutizza e taglia ogni relazione con ciò che è altro, ed è la morte." (Giulio Carlo Argan)
domenica 27 gennaio 2013
lunedì 21 gennaio 2013
Promemoria THE ITALIAN BOOKCLUB
THE ITALIAN BOOKCLUB promuove in ambito letterario la Cultura del '900, fornendo delle solide basi storiche sulle quali costruire un nuovo slancio creativo. Il suo scopo principale è quello di alimentare le dimenticate "realtà particolari". Si tratta di "attori culturali". Scrittori, letterati, poeti, romanzieri, saggisti, isolati dal nichilismo generale, escono dall'anonimato per trovare una condivisione d'intenti. Il BOOKCLUB italiano incoraggia tutti colori che ne avessero il bisogno ad attivarsi all'interno della società e lo fa mediante il mezzo di comunicazione tecnologico, in accordo con la rivoluzione digitale del secolo che stiamo vivendo.
Cosa fa?
Una piattaforma digitale che si muove su una linea immaginaria Roma-Londra, per poi aprirsi a ventaglio lungo tutte le direttrici del mercato globale. L'iter che si propone di seguire compie un ciclo completo:
-presentazione di un testo (in formato eBook o cartaceo);
-pubblicità incrociata tra amici della Rete, Blog ospitati, Siti Internet e Link collegati (oppure attraverso conferenze in sede o presso le strutture d'accoglienza)
-distribuzione nel mercato editoriale (ancora sia esso cartaceo che in Rete).
La prima scommessa che FortissimamenteArte condivide senza riserve è quella digitale. Produrre cultura per mezzo della Rete, allargando il "prodotto" ad una visibilità globale, ricettiva e competente.
La collaborazione che sta nascendo tra FortissimamenteArte e The Italian Bookclub da vita a nuovi progetti. Tra questi la pubblicazione di un compendio nella sezione arte che attinge direttamente alle riflessioni presenti in questo Blog.
Ecco ciò che sta accadendo...Dopo la consapevolezza del mezzo (digitale), ora si scommette sulla sua capacità di attingere al substrato dei rapporti umani
per saperne di più: http://www.theitalianbookclub.com/
sabato 19 gennaio 2013
Jasper Johns: critica all' Espresionismo Astratto
Nel 1958 Jasper Johns con un emplein di vendite presso la Galleria Leo Castelli di NY, riuscì in un'impresa senza precedenti e a soli 27 anni. L'arte alla fine degli anni '50 vede l' avvicinarsi di pittura e
scultura in un sol risultato. Così Bersaglio con 4 faccie e Bandiera entrambi datati 1955, promuovono un'opera d'arte che da
immagine diviene pian piano oggetto, anticipando la poetica di
Rauschemberg del "prelievo", in cui l'oggetto diviene parte integrante dell'opera.
Proprio per questa poetica dell'oggetto, entrambi rappresentano i maggiori interpreti dell arte New Dada.
![]() |
In Periscopio, tela del cambiamento degli anni '60, Jasper Johns invece
anticipa l'Arte Concettuale di Sol LeWitt, scrivendo il nome di un
colore su uno sfondo assolutamente diverso dal colore di riferimento suggerito dalle parole. Opta così per un disorientamento dell'osservatore e lo invita di
nuovo a ragionare di fronte ad un' opera, contrapponendosi con forza all'Espressionismo Astratto che invece pretendeva una fruizione
esclusivamente emotiva.
![]() |
mercoledì 9 gennaio 2013
Hans Haacke e Hermann Josef Abs...risposta al Rebus
Nel 1974 in occasione del 150esimo
anniversario del museo Wallraf-Richartz di Colonia, Hans Haacke viene
invitato ad esporre insieme ad altri artisti.
Haacke, come primo esponente di quella
che verrà chiamata la corrente di “critica istituzionale” degli
anni '70, decide di affrontare non semplicemente la storia dell'opera
pittorica di Eduard Manet Mazzo di Asparagi, 1880, ma la
storia delle sue proprietà.
L'opera mostrava dei cartelli su cui vi
era impressa l'immagine e la storia di ogni singolo proprietario, dal
suo primo al suo ultimo.
Così si scopre solo nel cartello
finale che il dipinto venne donato al Museo intorno al 1968 da un
personaggio le cui credenziali potevano non ottenere il plauso di
tutti. Un certo Hermann Josef Abs, compare come banchiere di Hitler
e fervido sostenitore del progetto nazista.
Membro del CDA della Deutsche Bank fino
al 1945, venne reintegrato dopo la Guerra dal governo Adenauer come
Presidente del colosso bancario tedesco fino a tutti gli anni
sessanta.
L'opera non ottenne il favore dalle
istituzioni del Museo, legate neanche a dirlo all'influenza del suo
presidente, H.J.Abs appunto.
Così Daniel Buren, altro artista
legato per disavventure al nostro Haacke, propone al suo amico di
esporre l' opera all'interno della propria, già passata al vaglio
istituzionale, certo che nessuno avrebbe potuto far nulla contro
quella decisione.
Risultato: entrambi vennero esclusi
dalla mostra, riuscendo ad esporre il solo giorno dell'inaugurazione.
martedì 8 gennaio 2013
Hans Haacke in Projeckt '74: risolvi il Rebus...
Non è politica ma Storia dell'Arte
---------
Produttore: Hans Haacke
Attore Protagonista: Hermann Josef Abs
Sceneggiatura: Mazzo di Asparagi (1880), Manet
domenica 6 gennaio 2013
le "manutenzioni" di Gordon Matta-Clark
Prendete i "Tagli" di Fontana.Aggiungete i "prelievi" di Rouschemberg.
Immergetevi in uno spazio urbano o suburbano....risultato? Gordon Matta-Clark.
Matta-Clarck taglia sezioni di edifici abbandonati, promuovendo un'opera che lo avvicina alla teoria entropica del suo collega ed esponente della Land Art anni '60 di Robert Smithson.

Entropia per Smithson è "disorganizzazione" dello spazio.
Per Gordon è una "dearchitetturizzazione" delle degli edifici in esso contenuti.
sabato 5 gennaio 2013
Andy Warhol: “Stavo dipingendo anche Marilyn. Ho realizzato che quello che stavo facendo doveva essere la morte.”
La Marilyn di Warhol è
certamente l'immagine di una star indiscussa, ma è ancor più una
scusante per afferrare la morte. Nella serialità Warhol pone
l'attenzione su di essa e non la lascia scappare.
“Quando osservi
all'infinito un'immagine terrificante, non ha più alcun effetto”.
Allora per non anestetizzare lo sguardo ne il sentimento che
scaturisce dalla morte o da un incidente stradale egli compie la
serialità come mezzo per aderire al reale; anche se l'effetto sia
risultato di una ossessione malinconica dell'oggetto perduto, poco
importa perchè è proprio questo lo stato d'animo che le sue immagini
dovrebbero provocare....uno stato allucinatorio, perchè la morte è
allucinatoria. Abituarci ad essa è una cosa incredibile ma avviene
tutti i giorni, nei giornali e nei media.
E il concetto di massa? Tutto è massa, gli oggetti, le star, gli incidenti stradali, la
morte, tutto riguarda la massa. Warhol insegna alla massa e forse ne
subisce anche le conseguenze fagocitando la sua anima in quella del
suo personaggio pubblico.
mercoledì 2 gennaio 2013
mercoledì 26 dicembre 2012
Ragazza Afgana di Steve Mccurry
Sharbat Gula è il nome della "ragazza
afgana" nello scatto di Steve Mccurry.
Soggetto, prospettiva, sfondo, colore, tutte le strutture fondamentali della composizione si legano armoniosamente rompendo confini e superficie. Occhi che rapiscono.
Dopo alcuni anni il Mccurry ritrova la stessa ragazza.
Quella fotografia che li aveva legati per così
tanto tempo si ripropone nel 2002 con un risultato molto diverso.
La speranza di vivere una vita diventa consapevolezza di averla vissuta.
Mi chiedo se in quel secondo scatto sia visibile l'emozione che il fotografo provò nell'aver ritrovato quella giovane donna.
Mi chiedo se la fortuna di cui quello
scatto ha goduto nel mondo dell'Arte Occidentale sia la stessa fortuna di cui abbia mai goduto Lei, che ne era l'artefice (almeno in parte).
Uno sguardo duro che non racconta ne speranza
ne fortuna.
Osservando quella "ragazza", gli spettatori tendono quasi ad abbassare lo sguardo; forse un
segno di rispetto, forse un disagio provocato dal senso di colpa. Il mondo
dell'Arte è in debito con Lei......e lo sa.
martedì 25 dicembre 2012
martedì 18 dicembre 2012
Newman...Newman.
Newman...Newman.
La ripetizione invita inevitabilmente a
riflettere.
Quando si afferma che per comprendere
l'arte bisogna esser preparati si dice una banalità che spesso non
viene considerata. Senza una giusta riflessione infatti si affronta
l'opera con un bagaglio di preconcetti indiscutibilmente forvianti.
Il pregiudizio senza la conoscenza
sottintende un'evidente dato di fatto, che si chiama ignoranza.
Questa premessa sottolinea come
di fronte a personalità così profonde come è quella di Barnett
Newman, si debba cautamente procedere evitando di farsi soggiogare
dalle prime impressioni, come fece chi scrive la prima volta che lo
avvicinò.
Non comprendevo cosa volesse intendere
Newman con questi enormi muri colorati, divisi da fasce alternate in
maniera del tutto arbitraria nel mezzo dello spazio pittorico.
Non conoscevo il suo trascorso
lavorativo, quello che lo ha visto abbandonato da tutti coloro che
egli promosse nel corso della sua attività artistica, sia con saggi
sia con mostre dedicate o tramite numerose interviste a tema.
In poche parole ero completamente
disorientato dal suo lavoro che per me rimaneva un'incognita priva di
senso.
Rappresentava semplicemente la
modernità, tiepidamente intesa come la capacità di ridare
bidimensionalità alle immagini; la capacità di mostrare il colore
come strumento primario della ricerca pittorica; capacità di
esplorare lo spazio in maniera più meticolosa e meno caotica di
quella promossa dall'Espressionismo Astratto. Tanto bastava per me
nel promuovere Newman come ambasciatore del Minimalismo dei
successivi anni '60.
Forte di una preparazione figurativa
che credevo sufficiente, tutto ciò che distogliesse l'attenzione
dalla forma era incapace di suscitare interesse. L'Astrazione
era per me quella di Pollock non quella di Newman. I miei limiti
erano evidenti.
La figurazione era un porto
sicuro al quale attraccare. Avevo certezza di senso, certezza di forma e d' impianto
prospettico. Certezza di rimando storico ed un' iconografia
rintracciabile. Certezza di scindere tra ciò che sono io e ciò che
rappresenta l'opera.
Io sono il fruitore tu sei l'opera. Io
ti osservo e tu sei li per lasciarti scrutare.
Quando invece osservi qualcosa di
incompreso, di "astratto" appunto, cominci a chiederti di cosa si tratti ed allora finiscono
le certezze; la forma scompare, i limiti vengono meno, ti dimentichi
dello spazio circostante poiché senti quasi di esserci finito
dentro, tuo malgrado senza le giuste coordinate.
Ammiravo chi riusciva a stare di fronte
ai suoi dubbi, alle sue infinite interpretazioni senza tuttavia
subirne la grandezza.
Credo di aver voluto fuggire l opera di
Newman perchè incapace di affrontarla.
Nell'aprile del 1951 la seconda mostra
dell'artista 46enne Barnett Newman fu un fiasco completo, ancor
peggiore di quanto non fosse stata la sua prima personale svoltasi
sempre a NY l'anno precedente.
I suoi compagni astrattisti lo avevano
abbandonato accusandolo di averli traditi.
Ed effettivamente se si vede nelle
opere che precedono il 1950 quest'accusa appare del tutto
giustificata.
Se nelle prime tele infatti lo spazio
che circondava le bande verticali era mosso e impreciso, così da
accostarsi alle ricerche di Rothko e compagni, dopo gli anni '50 le
stesse tele ospitano delle campiture di colore più attente,
assolutamente delimitate nei bordi, prive di qual si voglia
"espressione" istintiva.
Quali allora le domande che suscitano i
suoi lavori.
1.Perche Newman rompe con il suo
recente passato?
Ciò che egli voleva era determinare
anzitutto lo spazio della tela poi quello dell'ambiente circostante.
Quando sostiamo difronte ad una campitura imprecisa la prima cosa che
salta agli occhi è la banda di colore diverso, la quale
immediatamente occupa il primo piano, allontanando lo sfondo sul
retro della visuale. Allora Newman colora sia spazio che banda con la
medesima modalità di stesura. Se guardiamo ora notiamo che spazio e
forma (la banda) sono un tutt'uno con la superficie.
2.Perchè la presenza delle bande?
Anzitutto “zip”. E' così che
Newman preferisce considerarle poiché uniscono e non dividono.
Quelle zip siamo noi. È la nostra presenza verticale che si rifà
alla tradizionale visione verticale propria dell'uomo. E siamo ancora
noi che in mezzo allo spazio ci troviamo a viverlo non sapendo di
esserne ai limiti o al centro, piuttosto spostati di un terzo al suo
interno.
3.Ancora, Perchè quelle dimensioni?
Perchè quelle dimensioni
rappresentano non solo lo spazio, ma il campo visivo, ed è per
questo che i suoi quadri devono essere visti da distanza ravvicinata,
per entrarci dentro e farne parte. Gli unici punti di riferimento
sono le zip presenti, che poi siamo noi.
Guardare queste grandi opere da una
distanza maggiore vorrebbe dire includere tutta l'opera in una sola
unità, cosa che è assolutamente il contrario dell'intento di
Newman, che intendeva intromettere non lasciar fuori.
Non c'è più profondità ne secondi piani, semanticamente non vi è più passato, non vi e più storia. Vi è al contrario un'unica dimensione di tempo e di spazio che è la superficie e perciò, il solo presente.
Newman tenta di azzerare la tradizione
pittorica per ricominciare da capo. Vuole tornare alle origine.
Ricomincia da noi, dalle persone, attraverso lo strumento principale
che è la visione, e lo fa attraverso una saturazione dei colori
rendendoli estremamente manifesti tanto da suscitare in qualche
sconsiderato la necessita forse inconscia di violentarla con tagli
selvaggi ed irriverenti.
Questa "reazione" la dice lunga sull' incapacità di
essere al cospetto di queste opere.
venerdì 14 dicembre 2012
Uno sguardo al presente per comprendere il futuro: l' arte dimenticata
Dal disagio
odierno nei confronti delle periodizzazioni, che lasciano fuori dal
cerchio molte espressioni individuali a causa di un anticonformismo,
aggiungerei necessario.
Nasce il problema
della Storia dell'arte così come la si intendeva. Il testo va ad
inscriversi a pieno titolo come ulteriore passo avanti dopo le
questioni sollevate da Belting e Danto su “la fine dell'arte”,
non come cessazione della produzione artistica bensì come fine di
una progressiva narrazione di uno stile determinato e determinante,
sintomo di una norma dittatoriale vigente.
La
contemporaneità rompe questo filo conduttore come fece l'artista
performer Hervè Fischer nel 1979, al Centre Pompidu di Parigi
spezzando una corda molto lunga.
I temi affrontati sono quelli che
interessano la fine del secolo scorso e l'inizio di quello che stiamo
vivendo: pregiudizio, accettazione, globalizzazione, diaspora, eroine
e non più eroi.
martedì 11 dicembre 2012
Il solo pensare che i suoi ultimi tocchi non fossero di pennello bensì di polpastrelli intrisi di sapienza e spregiudicatezza mi sconvolge.
Si può credere alla suggestione di un'azione tanto sconsiderata?
Leonardo da Vinci, ambidestro, nelle sue ultime opere ritrova lo "sfumato" passando le mani sopra la tela; tornava sulle zone che intendeva d'ombra rendendole così cupe, meno nette, opache, sino al punto di farle divenire "fumo".
Incredibile pensare a Leonardo negli stessi termini di Tiziano.
Immaginarlo tanto preso dal proprio lavoro da volerlo toccare..............incredibile!
Si può credere alla suggestione di un'azione tanto sconsiderata?
Leonardo da Vinci, ambidestro, nelle sue ultime opere ritrova lo "sfumato" passando le mani sopra la tela; tornava sulle zone che intendeva d'ombra rendendole così cupe, meno nette, opache, sino al punto di farle divenire "fumo".
Incredibile pensare a Leonardo negli stessi termini di Tiziano.
Immaginarlo tanto preso dal proprio lavoro da volerlo toccare..............incredibile!
"[...] sono solo dei vecchi mobili pieni di polvere."
La terza camera è un'
istallazione presentata da Flavio Favelli nel 2007 al Centro
Commerciale di Cinecittadue in Roma.
Intenzionata a comprenderne il
senso, la curatrice Simona Brunetti pone le domande che crede più
opportune:
Cosa vuole dire Terza Camera?
Perché la scelta di questa esposizione?
Favelli risponde che la Terza
Camera è un ambiente della casa di montagna di famiglia. Una
stanza che raccoglieva oggetti e mobili, come fosse una soffitta o un
ripostiglio, ma che differentemente dai comuni spazi domestici come
questi, era aperta agli ospiti e sempre ordinata.
E' un luogo della memoria che
suscita nell'artista il ricordo di un ambiente familiare ed evidentemente tanto suggestivo e sinistro da doverlo riprodurre in un
opera.
Lei parte dagli oggetti o dai
ricordi che questi oggetti le suggeriscono?
Favelli parte sempre dagli
oggetti per poi arrivare ai ricordi e mai viceversa.
Il collezionismo di suppellettili e oggetti vari spiega, è una passione ereditata dal nonno.
Pierluigi Sacco, giornalista di
“Flash Arte” lo definirebbe “un trovarobe” instancabile.
Come possono questi oggetti così
chiaramente tanto personali aprirsi al mondo dell'arte?
Quale il loro significato
intrinseco?
In questi ambienti egli è come
se rivivesse, stavolta come parte attiva e non subordinata, la sua
infanzia infelice, spesso piena di solitudine in ambienti quasi
mistici e pieni di oggetti più o meno preziosi.
Riaffiorano alla memoria i suoi
“viaggi d'arte”, che assieme alla madre condivideva per evadere
dalla quotidianità.
Per Favelli l'arte già da
bambino rappresentava uno strumento di libertà emotiva.
Forse è per questo che gli
oggetti di ieri divengono le opere d'arte di oggi.
Non solo tenta di esorcizzare i
suoi incubi infantili ma come direbbe Freud ne “il gioco del
rocchetto”, tenta di riappropriarsi della sua soggettività
smarrita.
Proviamo ad aprire una finestra
nella pratica psicoanalitica per tentare di comprendere meglio questo
mio rimando...
Durante le sue prime esperienze
di medico, Freud analizzando il comportamento di un infante
all'interno del suo nucleo familiare, rimase colpito da come il
bambino non soffrisse affatto l'abbandono della madre ogni qual volta si allontanava da casa.
Dopo averlo seguito per alcuni
giorni, Freud notò un comportamento anomalo e ripetitivo nei
confronti di un rocchetto, che il bambino lanciava, emettendo un
suono di evidente soddisfazione, per poi riprenderlo e ricominciare
l'azione del lancio, da capo.
Così facendo, sostiene Freud, il
bambino si liberava della frustrazione inconscia dell'abbandono
materno, divenendo parte attiva.
Era lui che ora abbandonava la madre/rocchetto, non più
viceversa il rocchetto/madre che lo abbandonava.
La diagnosi è una tendenza inconscia che definisce una "coazione a ripetere".
Considerando quindi un punto di vista più personale che non prettamente artistico e iconografico, questo aspetto della ripetitività, della "ri- produzione" della memoria, potrebbe rivelare delle dinamiche affettive interessanti nel modus operandi di Flavio Favelli.
Ri-allestendo quelle sale, egli
ripropone quegli stessi spazi della memoria affrontandoli a viso aperto, stavolta come adulto.
lunedì 3 dicembre 2012
Marina Abramovic & Ulay ...una delle scene più commoventi del panorama artistico performativo contemporaneo
...e se all'improvviso, di fronte all'uomo con cui si è condiviso vita e Arte per dodici anni, fosse l'artista a fruire della propria performance?..
mercoledì 28 novembre 2012
Grand Verre (1915-1923)
Quando Marcel Duchamp nel 1913 pone una
ruota di bicicletta su di uno sgabello, non ha certo la
consapevolezza si tratti di un readymade. “L'opera d'arte già
fatta” è un concetto che svilupperà qualche anno più tardi,
intorno alla fine degli anni '60. Quella, dice con aria di assoluta
sufficienza, era semplicemente un occasione per riflettere sul
movimento, non c'era nulla di ciò che la critica più tardi gli
avrebbe attribuito.
Quindi senza accorgersene, il 25enne
Marcel dà vita alla più grande e moderna rivoluzione in campo
artistico: l'opera d'arte non riguardava più un illusione, come da
sempre aveva fatto, ma oggetti comuni, prelevati e decontestualizzati
dalla realtà ed innalzati a ruolo di opere d'arte. Questo il senso
della ruota di bicicletta, o forse della ancor più celebre
fontana (R. Mutt).
Inizialmente
incompreso dai suoi contemporanei, poi punto di riferimento di
artisti, critici d'arte e appassionati. Il suo entourage cresceva, le
sue conoscenze spaziavano dal Vecchio al Nuovo Continente,
assicurandogli sia un legame con la tradizione, sia una spinta
riformatrice segno del tempo che cambia.
Ruota di bicicletta
è solo una scusante di cui mi sono servito come Storico dell'Arte
per introdurre uno spirito bizzarro, uno sperimentatore come lo fu
Leonardo ai suoi tempi, se pur con le dovute differenze.
Riflettendo su di
una sola opera che possa incorporare sia il legame con il vecchio che
quello con il nuovo, che possa cioè conciliare esperienza e
scoperta, penso ovviamente al Grande Vetro.
Un vetro di poco
meno di 3 m per 2, diviso in due sezioni, na superiore una inferiore
che lascia intravedere molto più che una semplice tela figurata.
I suoi lavori
precedenti sono serviti certamente come strumento di comprensione, una sorta di elementi guida che lo hanno accompagnato dal 1915 al 1923. Una gestazione molto lunga che ha visto l'artista meditare a lungo attraverso opere e disegni.
Nella ricerca di una nuova dimensione, i suoi compagni europei optano per una dislocazione spaziale della figura,
riducendola ad un puzzle di immagini sovrapposte e concomitanti. Alcuni altri, quelli d'oltreoceano, rivolgono i propri interessi al mondo astratto, alla purezza del
mezzo, alla liberazione emotiva.
Duchamp invece, riduce le sue figure ad assemblati metallici, lasciandosi da una parte soggiogare
dalle avance dell'astrazione ma interloquendo al contempo con
Cubismo e l' innovazione surreal-DADA.
E' il punto di
vista che cambia.
Perchè illudere lo
spettatore quando questo può realmente interagire con oggetti reali?
Perchè usare una
tela ed aumentare il distacco tra opera e spettatore se è possibile
usare il vetro come materiale d'unione, in cui il fruitore possa
addirittura vedere “oltre” la superficie sentendosi parte
integrante del progetto artistico?
Duchamp si
allontana progressivamente dal retinico rincorrendo una materialità
inattesa, ma spesso evocata a gran voce.
Il punto di
partenza: l'Eros, motore del tutto.
Soggetti
partecipanti: la Vergine
in alto a citare l'Assunzione raffaellesca e i suoi Scapoli o
Celibi sottostanti, in trepida attesa.
Il desiderio, tramutatosi in materia, compie i passaggi necessari per arrivare a
possedere la Sposa/Vergine.
Molto più che una
provocazione, un oltraggio che gli valse sovente l'etichetta di “scandaloso”.
martedì 27 novembre 2012
DUCHAMP: LINGUAGGIO DI UNO SPIRITO BIZZARRO
Nel 1949, durante una tavola rotonda nelle quinte dell'Esposizione al San Francisco Museum of Art, Marcel Duchamp risponde alla domanda, "cosa si aspetta da un critico?":
"Non granchè. Qualunque cosa dica il critico l'opera parla per sè"
........
...allora lasciamo che a parlare siano semplicemente loro.
........
da una parte il grande incompiuto, Le Grand Verre;
dall'altra la sua manifestazione più convincente, Etant Donnès.
Domanda & Risposta
giovedì 8 novembre 2012
martedì 18 settembre 2012
Komar & Melamid: dall'arte "popolare" all'arte "del" Popolo
Dall'arte Pop al Realismo Socialista.
Komar e Melamid sono due artisti moscoviti della generazione '43-'45. Firmano i propri lavori insieme, anche dovessero derivare dalle idee di uno soltanto. Profondamente colpiti dalla società americana che li ospita ormai dalla fine degli anni settanta, ma senza dimenticare il loro recente passato socialista, mostrano il loro più grande contributo all'arte sociale con un lavoro del 1994-97: un sondaggio da loro stessi commissionato, con la partecipazione di 11 paesi tra cui Stati Uniti, Cina, Kenya, Italia, Portogallo, etc etc.
Chiedono quali quadri siano "i più desiderati" ed al contrario "i meno desiderati".
Questa domanda viene rivolta non solo a persone interne all' entourage artistico, ma a miscredenti, a gente comune, di strada e per sino via Web.
In queste due tele un esempio di quale sia stata la risposta degli Stati Uniti.
Fa riflettere il fatto che quasi tutti i paesi, la stragrande maggioranza in realtà, mostrino delle attitudini estetiche precise circa la pittura di Paesaggio come Painting most wanted; dall'altra parte, una rinuncia totale verso le forme geometriche, etichettando angoli retti e forme razionali come Painting last wanted.
Questa è per loro la vera arte del popolo, l'arte democratica per eccellenza, libera dagli impedimenti istituzionali.
Qui di seguito il link di tutte le 11 pitture dei Paesi coinvolti nel sondaggio:
http://awp.diaart.org/km/painting.html
Komar e Melamid sono due artisti moscoviti della generazione '43-'45. Firmano i propri lavori insieme, anche dovessero derivare dalle idee di uno soltanto. Profondamente colpiti dalla società americana che li ospita ormai dalla fine degli anni settanta, ma senza dimenticare il loro recente passato socialista, mostrano il loro più grande contributo all'arte sociale con un lavoro del 1994-97: un sondaggio da loro stessi commissionato, con la partecipazione di 11 paesi tra cui Stati Uniti, Cina, Kenya, Italia, Portogallo, etc etc.
Chiedono quali quadri siano "i più desiderati" ed al contrario "i meno desiderati".
Questa domanda viene rivolta non solo a persone interne all' entourage artistico, ma a miscredenti, a gente comune, di strada e per sino via Web.
In queste due tele un esempio di quale sia stata la risposta degli Stati Uniti.
Fa riflettere il fatto che quasi tutti i paesi, la stragrande maggioranza in realtà, mostrino delle attitudini estetiche precise circa la pittura di Paesaggio come Painting most wanted; dall'altra parte, una rinuncia totale verso le forme geometriche, etichettando angoli retti e forme razionali come Painting last wanted.
Questa è per loro la vera arte del popolo, l'arte democratica per eccellenza, libera dagli impedimenti istituzionali.
Qui di seguito il link di tutte le 11 pitture dei Paesi coinvolti nel sondaggio:
http://awp.diaart.org/km/painting.html
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